PSICO FOTOGRAFIA (e non solo)
Con l’intervista al presidente e socio fondatore dell’associazione fotografica UTOPIA di Rieti, Fabrizio Bagnoli, inizio a condividere con voi qualcosa riguardo il senso profondo, psico spirituale e corporeo, del fare scatti fotografici e di chi ama osservare e conservare foto.
Noi psicoterapeuti e counselors ricorriamo all’album di fotografie ed a immagini fotografiche in genere per promuovere la consapevolezza dell’inconscio, delle emozioni e sensazioni che proviamo e che attraverso questa pratica di Fototerapia possono emergere.
L’espressione del proprio vero Sé attraverso le immagini scelte, immortalate con lo scatto e poi rivisitata è una forma di catarsi emotiva importantissima.
Fermarsi, ascoltarsi dentro, soffermarsi sui vari dettagli di una foto è un fenomeno educativo che merita di essere scoperto e valorizzato.

INTERVISTA A BAGNOLI FABRIZIO SU FOTOGRAFIA
- 1) Cosa provi usando la macchina fotografica? Difficile da dirsi. Mi piace (sempre), mi diverte (spesso), mi crea scomodità (con certe fotocamere succede), mi preoccupa (talvolta). A volte mi rende euforico, altre fin troppo meditabondo. Alla fine è un modo di vivere, e la vita può essere piacevole, divertente, scomoda, preoccupante e tante altre cose.
- 2) Cosa provi quando osservi una fotografia? Dipende dalla fotografia. Se è scattata da me, spesso tendo a trovarne i difetti formali e di comunicazione. Se ne sono protagonista, non mi piace. Se sono protagonisti familiari o amici: tenerezza, affetto, piacere e, purtroppo ultimamente, malinconia e tanta tristezza. Se è scattata da altri: ammirazione, rabbia, gioia, disgusto. Fotografare è comunicare, le emozioni che può suscitare una fotografia sono tutte quelle che un essere umano può provare.
- 3) Da quando è sorta la tua passione per la fotografia? Racconta in breve la tua storia. Scopro la fotografia in tenerissima età grazie ad una Diana, interamente di plastica, di papà, purtroppo trasformatasi in un’opera d’arte moderna dopo essere stata lasciata colpevolmente da me al sole sul cruscotto della sua vecchia Escort. Da allora la fotografia mi ha sempre incuriosito, tanto da chiedere una Polaroid come regalo della comunione e, successivamente, per un Natale alcuni anni dopo. Me ne appassiono in maniera consapevole durante gli ultimi anni di liceo, vedendo fotografare in gita scolastica alcuni amici, imparando ad utilizzare fotocamere reflex e seguitando a fotografare fino alla fine degli anni ’90 per poi fermarmi alcuni anni (a causa dei costi, nuove passioni, vita, lavoro). La passione è tornata nuovamente poco dopo la nascita di mio figlio (ma non a causa sua, ho pochissime sue foto da neonato scattate da me) e non se ne è più andata.
- 4) Descrivi le tue emozioni mentre eserciti la pratica della fotografia. Sono tutte le emozioni che posso provare normalmente, per me fotografare è vedere meglio il mondo che mi circonda, soffermandomi sulle cose che mi interessano, incuriosiscono, appassionano, fanno arrabbiare. Generalmente, quando sono rilassato e motivato, tendo ad essere comunque euforico. Se devo fotografare su commissione, soprattutto in situazioni per cui non provo interesse o partecipazione, sono spesso nervoso e insofferente.
- 5) Preferisci le foto in bianco e nero o quelle a colori e puoi descriverne le sensazioni? Sono sicuramente un bianconerista, la fotografia che ho imparato ad amare era in bianco e nero, di grandi fotografi in cui il bianco e nero era o necessità o, successivamente, scelta artistica. Più in generale mi piace perché è diretta, ti permette di avere poche distrazioni e andare dritto al sodo, puntando all’essenziale. Luci e ombre acquistano un altro sapore. Per certi versi agevola molto in tante situazioni, ma odio quando viene usato come scappatoia per aggiungere un tocco estetico a foto zoppicanti solo perché “eh, il bianco e nero…”. Io tendo a pensare in bianco e nero quando voglio raccontare, ma non tutte le foto e situazioni le vedo in bianco e nero, alcune richiedono
esplicitamente il colore, alcune le voglio scattare a colori. Anche questa è una scelta comunicativa, per me è fondamentale che sia fatta a priori, devi avere ben chiaro il linguaggio che vuoi utilizzare, come dire le cose che vuoi dire, non a caso ho acquistato una fotocamera che fotografa solo in bianco e nero, nessun ripensamento. La domanda “meglio in bianco e nero o a colori?”, che molti fanno facendo vedere due versioni della stessa foto, per me non ha senso, se qualcuno me la fa sottoponendomi un suo scatto io gli rispondo: “meglio così come l’hai pensata”.
- 6) Cosa intendi realizzare con l’Associazione Utopia? Dare la possibilità di incontrarsi, avvicinarsi a questo modo di comunicare, appassionarsi, discutere, vedere storie. Fornire un’opportunità di cultura alla città di Rieti (non sono mai troppe). La vedo e la penso come un servizio alla città e, soprattutto, ai cittadini (e non solo).
- 7) Come mai hai scelto questo logo? Il logo l’ho pensato e disegnato con in mente tante cose, altre sono venute dopo (come spesso accade in fotografia, un’immagine può evocare anche cose a cui il fotografo non ha minimamente pensato). Nasce come la rappresentazione, estremamente semplificata, dell’isola di Utopia immaginata da Thomas More. Può ricordare anche un enso (“cerchio”, nella pittura Buddhista Zen simboleggia un momento in cui la mente è libera di lasciare che l’insieme corpo-spirito sia creativo). L’Ensō rappresenta l’illuminazione, la forza, l’universo. A prima vista potrebbe sembrare un semplice cerchio ma si ritiene che l’indole e le stesse attitudini di una persona siano completamente rivelate dal modo in cui disegna questo cerchio, così come le rivela la fotografia. Insomma, anche se il significato dell’enso è universale, ogni enso è unico e racchiude l’essenza stessa di chi lo disegna, non è un meraviglioso parallelo con il mondo fotografico? L’ho anche pensato come grande abbraccio, come rappresentazione di fotografia “a 360 gradi”, come dito che fa click sul pulsante dell’otturatore, come raggio di luce che colpisce un obiettivo, come un occhio, altri ci hanno visto un dito che suona un campanello (una richiesta ad entrare che mi piace molto). Il logo contiene anche la “U” (capovolta) di Utopia, proprio in corrispondenza della sua apertura; il fatto che sia aperto è molto importante, significa apertura verso il mondo e accoglienza e inclusione di chiunque, non solo appassionati di fotografia e fotografi, anche semplici curiosi delle storie che la fotografia può raccontare, uscendo fuori dalla logica del circolo, che implica una chiusura già a partire dalla sua denominazione. Come l’enso, che può essere disegnato con o senza un’apertura (nell’enso l’apertura simboleggia che questo cerchio non sia separato dal resto delle cose ma faccia parte di qualcosa di più grande, come in una corrispondenza biunivoca), il nostro simbolo è aperto.
- 8) Cosa consigli ad una persona che si avvicina alla pratica della fotografia? La prima cosa è la più banale: fotografare, e fotografare ogni volta che se ne abbia la possibilità. Fotografare ciò che ti incuriosisce, che ti fa arrabbiare, che ti piace, che ti succede, raccontare e raccontarsi, senza porsi limiti e servendosi della tecnica solo se funzionale a quello che vuoi rappresentare, piegandola o negandola secondo le proprie necessità espressive. Guardare tante fotografie, quelle che scattano gli altri, quelle che pubblicano le riviste, soprattutto quelle pubblicate su libri fotografici, sia da fotografi famosi che da fotografi meno conosciuti, è fondamentale nutrire lo sguardo, conoscere i vari modi di esprimersi per trovarne uno proprio. Leggere, ascoltare musica, guardare un bel film… nelle foto si vedrà tutto quello che si visto, letto, ascoltato, amato (Ansel Adams mi perdonerà per la parafrasi).
9)
Non preoccuparsi di scattare “belle” foto, cercare di raccontare qualcosa, le presunte “regole” fotografiche possono essere una gabbia da cui è difficile uscire
Per ultimo, passare da Utopia!
È per te più un’arte o una scienza? Descrivi i motivi.
Potrei dire tutte e due e nessuna delle due. Sicuramente è una forma di comunicazione, con cui si può fare anche arte (non è una cosa che decidono i fotografi, arte, in generale, è ciò che è considerata tale da persone che hanno mezzi e conoscenze per definirla in quel modo o da un grande numero di persone che la vede così). Sicuramente non tutte le fotografie sono espressioni artistiche (anche la consapevolezza e l’intenzione di fare qualcosa di artistico è fondamentale). Io, da questo punto di vista, sono molto all’antica e lego all’arte una certa manualità e capacità tecnica non così legata allo strumento e, soprattutto, non legata ad altri fattori che non siano il pensiero (nella fotografia la realtà esterna ha un peso enorme, così come il caso e tanti altri elementi non dipendenti dal fotografo). Anche un pittore figurativo, per quanto si basi su ciò che ha davanti, ha comunque solo la sua abilità e manualità per farne una riproduzione, questo non accade in fotografia. Quindi lasciamo che siano gli altri a dire se sia o no arte la fotografia, com’è giusto che sia.
Quindi è una scienza? Sicuramente si basa su meccanismi scientifici (la luce, il materiale fotosensibile, la fotocamera) ma non è scienza, si serve della scienza, è una cosa profondamente diversa. La scienza ci ha permesso di fotografare, ma il prodotto dello scatto non è solo una pellicola impressionata, è comunque contenuto.
Come ti stai sentendo in questa fase della tua vita in cui hai ideato e concretizzato l’Associazione Utopia?
Sicuramente molto impegnato! Scherzi a parte, per quanto mi stia dovendo occupare di tante cose a livello gestionale che mal digerisco e che, soprattutto, purtroppo stanno togliendo molto spazio al mio fotografare, mi sento bene. Sono orgoglioso di partecipare a questa iniziativa indipendentemente da guadagni di qualunque genere, è una realtà in cui mi sento nel posto giusto e spero possa continuare a lungo.